Quello che rimane: il tempo, la memoria e le tracce invisibili della nostra esistenza.

Ci sono storie che finiscono con l’ultima pagina. E poi ci sono quelle che continuano a vivere dentro di noi, perché ci costringono a guardare diversamente ciò che siamo stati, ciò che abbiamo perduto e ciò che, nonostante tutto, continua a esistere. Ci sono titoli che contengono già una domanda. Quello che rimane è uno di questi.

Che cosa resta di noi quando il tempo ha compiuto il suo lavoro? Che cosa sopravvive alle separazioni, ai cambiamenti, alle occasioni perdute, alle parole che non abbiamo pronunciato? E soprattutto: siamo davvero soltanto la somma di ciò che abbiamo vissuto, oppure siamo anche ciò che di quelle esperienze continua ad agire dentro di noi?

Sono domande che appartengono alla letteratura, certo, ma anche alla vita quotidiana. Perché, prima o poi, ciascuno di noi si trova a fare i conti con una forma di assenza: una persona che non c’è più, un legame che si è trasformato, un progetto che ha preso una direzione inattesa, una parte di sé che sembra appartenere a un’altra stagione della vita.

Eppure, proprio quando qualcosa sembra essersi concluso, scopriamo che la fine non coincide necessariamente con la scomparsa. Le esperienze lasciano segni, i rapporti modificano il nostro modo di guardare il mondo, le scelte continuano a parlarci anche quando non possiamo più cambiarle. Il passato non è soltanto ciò che è stato: è anche ciò che, in qualche modo, continua a essere presente.

La memoria non è un archivio

Siamo abituati a pensare alla memoria come a un deposito nel quale conserviamo ciò che abbiamo vissuto. Ma ricordare non significa semplicemente recuperare un’immagine intatta del passato. Ogni ricordo si intreccia con il presente, con la persona che siamo diventati, con le domande alle quali non abbiamo ancora trovato una risposta.

A volte un dettaglio apparentemente insignificante riporta alla luce un’intera stagione della nostra esistenza. Una voce, un luogo, un gesto, una frase dimenticata. Basta poco perché ciò che credevamo lontano torni a esercitare la propria influenza su di noi.

La memoria, allora, non è soltanto nostalgia. È una forma di conoscenza, talvolta dolorosa, che ci permette di riconoscere la continuità nascosta tra le diverse versioni di noi stessi.

Forse è proprio qui che la letteratura incontra una delle sue ragioni più profonde: dare forma a ciò che nella vita rimane confuso, restituire parole a ciò che abbiamo avvertito senza riuscire a comprenderlo fino in fondo.

Il significato delle assenze

Non tutte le assenze sono vuote. Alcune diventano presenze silenziose, capaci di accompagnarci per anni. Non perché siamo incapaci di andare avanti, ma perché certi incontri ci hanno cambiato in modo irreversibile.

Anche ciò che perdiamo può continuare a partecipare alla nostra storia. Non necessariamente come una ferita aperta, né sempre come un rimpianto. Talvolta come una consapevolezza nuova, come una maggiore attenzione verso gli altri, come la scoperta della fragilità delle cose che consideravamo sicure.

È facile raccontare ciò che accade. Più difficile è raccontare ciò che accade dentro di noi dopo che gli eventi si sono conclusi.

Ed è forse in questo spazio, tra il fatto e la sua traccia, che la narrazione può trovare una particolare intensità: non limitarsi a descrivere le vicende umane, ma interrogare il significato che esse assumono per chi le attraversa.

Ciò che rimane di una vita

Il titolo Quello che rimane suggerisce una riflessione che va oltre il semplice bilancio del passato. Ci invita a considerare la nostra esistenza non soltanto attraverso ciò che abbiamo conquistato o perduto, ma anche attraverso le tracce che lasciamo e quelle che gli altri lasciano in noi.

Viviamo in un tempo che sembra chiedere continuamente risultati, cambiamenti, velocità. Ogni esperienza rischia di essere subito sostituita dalla successiva, ogni evento consumato prima ancora di averne compreso il significato.

Eppure, le cose più importanti raramente si lasciano misurare nell’immediato. Un gesto di generosità può rivelare il suo valore molti anni dopo. Una decisione può mostrare le proprie conseguenze quando pensavamo di averla dimenticata. Una persona può continuare a essere importante anche quando non fa più parte della nostra quotidianità.

Ciò che rimane non coincide necessariamente con ciò che abbiamo voluto conservare. A volte è proprio quello che non avevamo riconosciuto come essenziale a rivelarsi decisivo.

La letteratura come forma di ascolto

In questi lunghi anni ho imparato che scrivere un romanzo non significa soltanto costruire una storia, ma significa anche provare ad ascoltare ciò che, nella complessità dell’esperienza umana, sfugge alle spiegazioni troppo semplici.

La letteratura non ha il compito di offrire risposte definitive. Può fare qualcosa di altrettanto importante: formulare le domande giuste, creare uno spazio di riconoscimento, permettere al lettore di incontrare una parte di sé attraverso una vicenda che, in apparenza, appartiene a qualcun altro.

Ogni lettore porta con sé un’esperienza diversa. Per questo una stessa storia può suscitare emozioni, ricordi e interpretazioni differenti. Il libro scritto dall’autore diventa così, nella lettura, anche un luogo personale, nel quale ciascuno può ritrovare qualcosa della propria vita.

Forse il valore più autentico di un romanzo si misura anche in questo: nella sua capacità di continuare a lavorare dentro di noi quando la lettura è terminata.

Dopo l’ultima pagina

Con Quello che rimane desidero affidare ai lettori una storia che possa trovare il proprio significato anche nell’esperienza di chi la incontra. Perché un libro non vive soltanto nelle parole che lo compongono, ma anche nelle domande che suscita, nelle emozioni che risveglia e nei pensieri che accompagna oltre il momento della lettura.

In fondo, ogni esistenza è attraversata da un movimento continuo tra ciò che arriva e ciò che se ne va. Non possiamo trattenere tutto, né impedire al tempo di trasformare persone, relazioni e prospettive. Possiamo però cercare di comprendere ciò che abbiamo vissuto, riconoscere il valore di ciò che ci ha cambiato e accettare che alcune esperienze continuino ad appartenere alla nostra storia anche quando non sono più presenti nella nostra vita.

Forse la domanda decisiva non è soltanto che cosa rimane dopo una fine, ma che cosa di quel che rimane ci permette ancora di andare avanti.

È una domanda senza una risposta uguale per tutti. Ed è proprio per questo che vale la pena continuare a raccontare storie.

Nino Branchina

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Quello che rimane

Dopo oltre 10 anni pubblico un nuovo romanzo. In tutti questi anni, nei quali la mia professione mi ha impegnato a 360 gradi, ho letto tanto, creato personaggi e scritto diverse storie molte delle quali basate su fatti realmente accaduti. Ho cambiato il mio modo di scrivere: mentre prima ero affascinato dalla vita vissuta come violenza e mistero, oggi scrivo facendo maggiore attenzione al lato, come dire, più umano della vita. L’esistenza vista sotto la lente di ingrandimento delle nostre singole vite, delle nostre esperienze, della nostra storia personale. Storie i cui protagonisti potremmo essere noi stessi perché ogni circostanza, ogni evento narrato, appartiene alla nostra umanità. Le mie letture ed interessi filosofici sono costantemente presenti negli scritti più recenti.

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Una strada da seguire…

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    Le venti regole dello scrittore giallo S. S. Van Dine per poter scrivere un buon romanzo poliziesco

  1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
  2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
  3. Non ci dev’essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare.
  4. Né l’investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
  5. Il colpevole dev’essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l’oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
  6. In un romanzo poliziesco ci dev’essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
  7. Ci dev’essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell’assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev’essere remunerato!
  8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto ab initio.
  9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo “deduttore“, un solo deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c’è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
  10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
  11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
  12. Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
  13. Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una “chance“: ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
  14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz’altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d’avventura.
  15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall’inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che – inutile dirlo – capita spesso al lettore ricco d’istruzione.
  16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di “atmosfera”: tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l’azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
  17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
  18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
  19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
  20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo “credo”, una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
    • scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
    • il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
    • impronte digitali falsificate;
    • alibi creato grazie a un fantoccio;
    • cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
    • il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
    • siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
    • delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
    • associazioni di parole che rivelano la colpa;
    • alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.

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Intervista integrale pubblicata su http://www.recensionelibro.it/intervista-allo-scrittore-nino-branchina

1. Per iniziare… raccontaci qualcosa di te, qualcosa che vorresti che i nostri lettori sapessero prima di entrare in contatto con il libro che hai scritto.

Cosa dire di me? Sono nato e vivo in quella splendida città (almeno così lo è per me) definita, assieme a Taormina, La Perla dello Ionio, Catania. Dopo gli spassosi e per certi versi indescrivibili anni liceali, mi sono iscritto all’università, laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in urologia e, dopo qualche anno di gavetta, arruolato nel sistema sanitario nazionale in qualità di dirigente medico urologo presso un ospedale di provincia.

Ho sempre nutrito la passione per l’arte, per il disegno in particolare (al liceo ero il disegnatore ufficiale di uno strampalato gruppo di amici, ho creato diversi personaggi a fumetti e con le mie opere pittoriche ho partecipato e vinto diversi concorsi scolastici), la musica, soprattutto hard rock ed Heavy metal, il cinema con una sviscerata passione per tutto ciò che riguarda James Bond, Clint Eastwood e i vecchi film della Hammer Production, la lettura di fumetti e soprattutto di romanzi: tra questi ultimi non posso non ricordare quelli della collana Urania, e poi gli horror e i gialli in particolare, fedelissimo ai libri di Conan Doyle, Agatha Christie (Marple e Poirot erano e sono i miei beniamini), e poi i polizieschi di S.S. Van Dine (di cui mi sforzo nei racconti di applicare le sue venti regole d’oro), d Dashiell Hammett e Raymond Chandler con i loro personaggi, Sam Spade e lo scanzonato Marlowe, per arrivare ai giorni d’oggi con Dean Koontz e Steven King.

La professione medica impegna buona parte delle mie giornate ma, ciononostante, riesco a ritagliare un po’ di tempo per occuparmi del mio passatempo preferito, scrivere. La scrittura è vita, un modo dinamico di esprimere e di comunicare con il mondo, un’arma potentissima attraverso la quale tradurre in parole tutto quell’universo di immagini ed emozioni partorite dalla mia fervida mente e dal cuore (sia nel bene e nel male). Ho scritto molte poesie alcune delle quali pubblicate su http://www.poesieracconti.it e diversi romanzi, due pubblicati, Esalfa per il gruppo Albatros e Il Canto dell’Aquila, per la Sacco editore Roma. Ho partecipato anche al concorso letterario online Io Scrittore giungendo semifinalista nella prima edizione.

2. Dovendo riassumere in poche righe il senso del tuo libro “Lo strano caso di Kirby Logan” cosa diresti?

Un giallo classico: un omicidio, tanti personaggi, tutti in qualche modo coinvolti con l’uomo assassinato, quindi tanti potenziali colpevoli. Niente emozioni “pulp”, molto dialogo, parecchia ironia, un pizzico di filosofia, tanto divertimento.

3. Il tuo romanzo ha alla base un caso da risolvere, ma nella storia dai molta importanza alla descrizione del personaggio principale mostrandoci la sua parte umana. Come mai questa scelta?

Non possono esistere storie senza personaggi, e i personaggi sono persone vive che parlano, hanno emozioni, sentimenti, vivono la vita di ogni giorno, come tutti noi. Era imprescindibile delinearne i rispettivi caratteri umani.

4. Cosa vorresti che il lettore riuscisse a comprendere leggendo il tuo romanzo giallo? Quale significato non del tutto esplicito vorresti potesse cogliere?

Che la verità sta sempre dietro le apparenze. Il protagonista cita Pascal: “Ci sono santi che si credono peccatori, e peccatori che si credono santi” Dove finisce la santità e inizia il peccato?

5. Nel libro “Lo strano caso di Kirby Logan” c’è un aspetto che colpisce molto: verità e menzogna si confondono mischiando le carte in tavola. È così anche nella vita?

E’ proprio così. Verità e menzogna, due facce della nostra umanità. Le nostre vite sono quotidianamente impregnate di entrambe.

6. Che progetti hai per il futuro, c’è un seguito per il detective Lester Richards?

Sì, ho già pronto il secondo episodio. Altri progetti, ben definiti, in cantiere.

7. Qual è il romanzo che ha “rivoluzionato” la tua vita conducendoti alla scrittura?

I gialli classici di cui ho detto sopra. Una fondamentale fonte ispirativa.

8. Quale libro non consiglieresti mai a nessuno?

Non esiste un libro che non consiglierei, perché dietro a ogni progetto letterario ci stanno sacrifici, studio, applicazione, preparazione e tanta, tanta buona volontà.

9. Adesso è arrivato il momento per porti da solo una domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui avresti sempre voluto rispondere…

Perché hai scritto un romanzo? Perché la mia interiorità brulica di idee, emozioni, sentimenti che se non faccio conoscere agli altri potrebbero scoppiarmi dentro… Ah, ah, ah.

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Recensione Libro intervista lo scrittore Nino Branchina – RecensioneLibro.it

Una mia intervista per il sito RecensioneLibro.it

Recensione Libro intervista lo scrittore Nino Branchina – RecensioneLibro.it.

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Recensione de Lo strano caso di Kirby Logan

Lo strano caso di Kirby Logan è un giallo dalla struttura classica ambientato negli anni 50, nel quale partendo dall’omicidio di un fantino viene ricostruito l’ambiente in cui esso si è svolto analizzando ognuno dei personaggi coinvolti e facendone emergere le rispettive storie come tessere a formare il quadro finale. I personaggi con le loro differenti psicologie si calano perfettamente nel contesto storico della Scozia di quell’epoca, facendo emergere da una parte la classe alto borghese della società scozzese del periodo successivo alla Guerra di Corea, dall’altra quell’ampia fetta di popolazione che ha avuto la sua opportunità durante la guerra e che dalla guerra stessa è stato abbandonato, trovandosi in tempo di pace a doversi reinventare una professione e un destino. Viene quindi affrontata la tematica bellica, con i sentimenti ad essa connessi; in particolar modo si esplora quella lealtà che si viene a creare tra ex-commilitoni, che porta a mantenere legami che prescindono quasi dalla morale.

Un altro aspetto molto legato alla società inglese e molto presente nel testo è quello della considerazione per la monarchia e dell’importanza dello status concesso dalla Famiglia Reale agli appartenenti dell’alta borghesia, oltremodo desiderosi di compiere questo tipo di ascesa. Il Colonnello Russell è infatti il tipico esempio di quella classe politica e sociale disposta anche a prescindere dai propri valori familiari per una posizione di rilievo in Parlamento; la sua brama di potere è tale da fargli spostare il cadavere di Logan per simularne la morte accidentale e di intimare all’amico Scott di concludere al più presto le indagini senza prestare particolare interesse alla dinamica del caso, solo per eludere la curiosità della stampa e proteggere la sua famiglia da uno scandalo. Connesso a questo tema compare anche quello della fede politica nazionalista, di cui sono esponenti Murray e Catherine e quello della vergogna delle proprie origini che fa decidere al reverendo di tenere occulta la sua identità per essere accettato in una comunità che, altrimenti, gli sarebbe stata profondamente avversa.

La società in termini di regole e costumi è quindi centrale in questo romanzo, che ricorda molto nella struttura e nei temi toccati le opere di Agatha Christie, anch’esse ambientate in Inghilterra e in ambienti sociali prevalentemente alto borghesi. Molto interessante è però la scelta della Scozia, che ha un’identità ben specifica e conseguenti problematiche che affiorano nel testo e che per un certo momento sembrano addirittura essere alla base dell’intreccio delittuoso. Altri temi minori sono presenti in tutto il testo: primo fra tutti, quello dell’amore filiale visto sia dal punto di vista del figlio, con la figura di Catherine e i suoi tentativi per non deludere il genitore mistificando aspetti del suo carattere e della sua fede politica, sia da quello della madre sviluppato nella descrizione del rapporto morboso tra la Sig.ra Russell e il figlio Lance.

Un romanzo assai lontano da molti attuali schemi letterari che richiedono assassini sanguinari e morti orribili per appassionare e divertire il lettore, una storia invece che lascia tempo alla riflessione, allo studio accurato dei personaggi e del contesto storico, una storia che richiama molto i grandi racconti polizieschi della stessa Agata Christie o di S.S. Van Dine alle cui “20 regole d’oro dello scrittore giallo” devo molto nella stesura di questo mio romanzo.

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