Il ragazzo che non voleva diventare uomo

James Hillman e il coraggio di abitare la propria vita

Ci sono libri che sono arrivati nella mia vita come ospiti discreti. Non hanno fatto rumore, non hanno preteso di cambiarmi, non mi hanno offerto la formula della felicità. Eppure, quando ho finito di leggerli, qualcosa dentro di me non è stato più esattamente al suo posto. Oppure, paradossalmente, ha trovato finalmente il posto giusto.

Puer aeternus di James Hillman è stato per me uno di questi libri.

Non è soltanto un saggio psicologico. Per me è stata una di quelle letture che finiscono per trasformarsi in uno specchio, non sempre uno specchio indulgente. Ci riconosciamo in qualche tratto, in una fuga, in una speranza ostinata, in quell’arte sottile che possediamo tutti di rimandare la vita in attesa di essere finalmente pronti a viverla. Perché il problema, a volte, non è non sapere che cosa desideriamo, è desiderarlo senza voler pagare il prezzo necessario per realizzarlo.

La seduzione dell’infinito

Il puer aeternus, il fanciullo eterno, è una figura archetipica che Hillman mette in rapporto con il suo opposto, il senex, il vecchio, il principio della maturità, della misura, della durata e della responsabilità. Il puer vive di possibilità. Guarda il mondo come uno spazio aperto, un orizzonte nel quale tutto può accadere. Non ha ancora scelto definitivamente, e proprio per questo gli sembra di possedere tutto. Ogni strada è percorribile, ogni progetto è ancora intatto, ogni vita possibile conserva il fascino di una promessa.

C’è qualcosa di profondamente bello in questa disposizione dell’anima. Senza il puer perderemmo la capacità di immaginare, di entusiasmarci, di cominciare da capo, di sottrarci alle abitudini che trasformano l’esistenza in una pratica burocratica.

Ma c’è un prezzo.

Finché rimaniamo nel territorio delle possibilità, nessuna scelta può davvero deluderci. La vita che immaginiamo non incontra mai la resistenza della vita reale. Non conosce la fatica quotidiana, l’imperfezione, il compromesso, la responsabilità verso gli altri. È, come dire, un mondo intatto, proprio perché non è stato abitato. E così può accadere che la libertà, invece di diventare una forza capace di costruire, si trasformi in una raffinata forma di fuga. Possiamo trascorrere anni a preparare la nostra vita, a inseguire la condizione ideale, a immaginare la versione migliore di noi stessi. Aspettiamo il momento giusto, l’occasione giusta, la disposizione interiore giusta. Nel frattempo, la vita reale, che ha pessime maniere e nessun rispetto per i nostri programmi, continua ad accadere. La giovinezza interiore è una ricchezza. La giovinezza come alibi può diventare una prigione.

Il tradimento necessario

Uno degli aspetti più profondi del libro è la riflessione sul tradimento e sulla necessità di perdere certe illusioni per diventare adulti. Esistono momenti in cui il mondo non mantiene le promesse che gli avevamo attribuito. Le figure che consideravamo invulnerabili rivelano i loro limiti. Le autorità nelle quali avevamo riposto una fiducia assoluta si mostrano imperfette. Le nostre aspettative si scontrano con la realtà. Non è detto che ogni delusione sia giusta, né che ogni ferita sia necessaria. Sarebbe troppo semplice trasformare la sofferenza in una scuola alla quale dovremmo essere riconoscenti. Eppure, alcune illusioni devono cadere perché possiamo smettere di vivere in delega. Finché aspettiamo che qualcuno ci autorizzi a diventare noi stessi, rimaniamo dipendenti da un permesso che forse non arriverà mai. Finché pretendiamo che la vita ci restituisca le condizioni ideali, rischiamo di non assumerci la responsabilità delle condizioni reali.

Il tradimento di certe attese può allora aprire una domanda decisiva: chi siamo quando non possiamo più identificarci con ciò che avevamo immaginato?

È una domanda scomoda, perché ci sottrae il rifugio delle giustificazioni. Ma può diventare anche una domanda liberante. Ci obbliga a distinguere il desiderio autentico dall’idealizzazione, la vocazione dalla fantasia, la libertà dalla semplice possibilità di sottrarci agli impegni. Forse diventare adulti significa anche questo: smettere di aspettare che il mondo sia all’altezza dei nostri sogni e cominciare a chiederci che cosa siamo disposti a fare, qui e ora, con quello che il mondo ci offre.

Il senex non è il nemico del puer

Io credo che sarebbe un errore leggere Hillman come un invito a reprimere il fanciullo che abita dentro di noi. Non abbiamo bisogno di diventare creature grigie, efficienti e prive di stupore. Il mondo ne è già sufficientemente popolato. Il punto è un altro: imparare a tenere insieme l’apertura del puer e la capacità di durata del senex.

Il puer desidera. Il senex costruisce.

Il puer immagina il viaggio. Il senex comprende che occorre preparare la valigia, controllare il percorso e accettare gli imprevisti.

Il puer ama gli inizi. Il senex sa restare quando l’entusiasmo iniziale si è consumato e comincia il lavoro meno spettacolare della fedeltà.

Non si tratta di stabilire quale delle due figure abbia ragione. Una vita senza puer perde la capacità di rinascere; una vita senza senex rischia di ricominciare continuamente senza arrivare mai da nessuna parte. La maturità, allora, non coincide con l’abbandono dei sogni, ma con la loro trasformazione in qualcosa che possa resistere al tempo.

È qui che il pensiero di Hillman mi ha interrogato più profondamente: quante volte chiamiamo libertà la nostra difficoltà a scegliere? Quante volte difendiamo la nostra autenticità soltanto perché temiamo di verificarla nei fatti? E quante possibilità lasciamo aperte per non dover scoprire se siamo davvero capaci di realizzarne almeno una?

Non sono domande alle quali si risponde una volta per tutte. Sono domande che meritano di accompagnarci.

Invecchiare senza diventare vecchi dentro

C’è una differenza tra invecchiare e diventare vecchi interiormente. Si può essere giovani e avere già rinunciato a ogni possibilità di cambiamento. Si può attraversare la parte avanzata della vita conservando intatta la curiosità, la capacità di meravigliarsi e il gusto di comprendere ciò che ancora non si conosce. Il tempo non ci rende automaticamente saggi. Può renderci più consapevoli, ma può anche irrigidirci nelle nostre certezze. Non basta aver vissuto molto: occorre anche aver lasciato che ciò che abbiamo vissuto lavorasse dentro di noi. In questo senso, il puer non è soltanto un’età da superare. È una presenza da educare, una sorgente da custodire senza permetterle di governare da sola tutta la nostra esistenza.

Forse la vera giovinezza consiste nel non rinunciare alla possibilità di diventare diversi. Ma la vera maturità consiste nel consentire a quella possibilità di assumere una forma concreta, con tutti i suoi limiti e le sue conseguenze. Perché una vita interamente dedicata a conservare intatte le proprie possibilità rischia, alla fine, di non realizzarne nessuna.

E allora capisco perché questo libro mi abbia segnato. Non mi ha detto di smettere di sognare. Mi ha costretto a interrogarmi sul rapporto tra i miei sogni e la mia vita, tra ciò che immagino di essere e ciò che, giorno dopo giorno, scelgo di diventare.

Mi ha ricordato che esiste una forma di eternità che non consiste nel rimanere giovani per sempre, ma nel continuare a trasformarsi senza smettere di essere vivi.

Il ragazzo che è in noi merita di essere ascoltato. Ma non può pretendere di restare per sempre l’unico padrone di casa.

Prima o poi, anche lui deve imparare ad abitare il mondo.

E, possibilmente, a pagare le bollette.