L’inquietudine, il peccato e la difficile arte di sollevare lo sguardo oltre le cose terrene
Ci sono uomini che arrivano alla santità dopo aver attraversato il peccato, il dubbio e l’inquietudine. Uomini che non nascono con gli occhi rivolti al cielo, ma che, a un certo punto della loro vita, sentono il bisogno di alzarli.
La santità non è l’assenza del peccato
Sono nato il 28 agosto, giorno in cui la Chiesa celebra Sant’Agostino, il mio santo del cuore. Non so se esista una ragione particolare per cui mi senta così legato alla sua figura, ma avverto nei suoi tormenti, nelle sue contraddizioni e nella sua ricerca qualcosa che mi appartiene. Come se, attraverso le vicende della sua vita, Agostino avesse lasciato una traccia capace di parlare anche a chi, molti secoli dopo, continua a interrogarsi sul senso dell’esistenza. La sua storia, del resto, ha ben poco dell’agiografia zuccherosa con cui talvolta ci piace raccontare i santi. Agostino non fu un uomo sempre buono, sempre saggio, sempre in pace con sé stesso. Fu un uomo inquieto, attraversato dai desideri, attratto dai piaceri, sedotto dalle ambizioni, capace di perdersi nei labirinti della propria intelligenza e delle proprie passioni. Cercò la verità, ma non sempre seppe riconoscerla. Desiderò il bene, ma non sempre ebbe la forza di sceglierlo. In altre parole, fu un uomo. Ed è proprio questo, forse, a renderlo così vicino a noi. Siamo spesso tentati di immaginare i santi come creature appartenenti a un’altra categoria dell’umano: esseri eccezionali, immuni dalle debolezze che tormentano la gente comune. Li collochiamo su piedistalli così alti da non riuscire più a riconoscere in loro nulla di noi stessi. Ma Agostino racconta un’altra storia. Prima di diventare il vescovo di Ippona, il grande pensatore cristiano e uno degli interpreti più profondi dell’animo umano, fu un uomo che conobbe il conflitto tra ciò che riteneva giusto e ciò che desiderava. La sua conversione non cancellò retroattivamente le contraddizioni del passato: diede loro un significato nuovo, inserendole in un percorso di ricerca e di trasformazione. Nelle Confessioni, Agostino non nasconde le proprie miserie. Le mette a nudo. Non cerca di costruire un’immagine edificante di sé, né di giustificare ogni sua scelta. Guarda dentro di sé con un’onestà che, ancora oggi, può risultare scomoda. E forse la prima lezione che ci consegna è proprio questa: la santità non consiste nell’essere stati sempre migliori degli altri, ma nell’avere avuto il coraggio di riconoscere la propria verità e di lasciarsi trasformare da essa. È una distinzione importante. Perché il peccato riconosciuto può diventare l’inizio di un cammino, mentre la presunzione di essere nel giusto può trasformarsi in una prigione dalla quale non sentiamo neppure il bisogno di uscire. Mi viene in mente, a questo proposito, un pensiero che riecheggia una delle grandi intuizioni di Pascal: ci sono santi che si riconoscono peccatori e peccatori che si credono santi. Non è soltanto un paradosso morale. È un modo per descrivere una delle più sottili forme di cecità umana: quella di chi non riesce più a vedere la distanza tra ciò che è e ciò che crede di essere. Il santo, consapevole della propria fragilità, continua a interrogarsi. Il presuntuoso, convinto di non avere nulla da correggere, smette di cercare. E così può accadere che chi si sente lontano dal bene sia già in cammino verso di esso, mentre chi si considera depositario del bene abbia smesso da tempo di mettersi in discussione.«Il nostro cuore è inquieto»
C’è una frase di Agostino che attraversa i secoli con la forza delle verità che non hanno bisogno di invecchiare: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». È l’incipit delle Confessioni, ed è anche una delle chiavi per comprendere la sua intera esistenza. L’inquietudine agostiniana non è semplicemente tristezza, insoddisfazione o incapacità di godere della vita. È qualcosa di più profondo: la sensazione che nessun bene particolare, per quanto desiderabile, sia sufficiente a esaurire il desiderio umano. Cerchiamo il piacere, e quando lo raggiungiamo scopriamo che non basta. Cerchiamo il successo, e subito dopo ne intravediamo i limiti. Cerchiamo l’amore, il riconoscimento, la sicurezza, il possesso delle cose; eppure, anche quando riusciamo a ottenere ciò che volevamo, qualcosa dentro di noi continua a domandare. Non sempre sappiamo dare un nome a questa domanda. Talvolta la scambiamo per noia, talvolta per ambizione, talvolta per il bisogno di ricominciare tutto da capo. Ci convinciamo che, una volta raggiunto il prossimo obiettivo, troveremo finalmente quella quiete che finora ci è sfuggita. E ricominciamo a correre. Agostino ci suggerisce che il problema potrebbe non essere la scarsità delle cose che possediamo, ma l’aspettativa che esse possano colmare interamente il nostro desiderio. Non è un invito a disprezzare il mondo. È un invito a non chiedergli ciò che il mondo, da solo, non può darci.I piedi a terra, gli occhi al cielo
Non è facile guardare lassù quando, attorno a noi, quaggiù il mondo brulica di enti terreni che ci tengono i piedi ancorati al suolo e ci costringono a non distogliere lo sguardo da loro. Le cose reclamano continuamente la nostra attenzione. Il denaro, il lavoro, il successo, le relazioni, le ambizioni, le preoccupazioni quotidiane. E poi il desiderio di essere riconosciuti, la paura di perdere ciò che abbiamo conquistato, la necessità di difendere il nostro posto nel mondo. Non c’è nulla di necessariamente sbagliato in tutto questo. Siamo esseri incarnati, viviamo dentro il tempo, abbiamo responsabilità, affetti e bisogni. Non possiamo sottrarci alla concretezza dell’esistenza fingendo che il mondo non ci riguardi. Il problema nasce quando ciò che dovrebbe essere parte della nostra vita finisce per diventare il suo orizzonte ultimo. Quando non riusciamo più a distinguere tra ciò che è importante e ciò che è fondamentale; tra ciò che desideriamo e ciò di cui abbiamo davvero bisogno; tra i beni che possiamo possedere e quel bene che, per sua natura, non può essere ridotto a un possesso. Agostino non ci chiede di smettere di vivere quaggiù. Ci invita, piuttosto, a non confondere la terra con il cielo. Il suo itinerario spirituale può essere letto anche come una progressiva liberazione da questa confusione. Non perché gli affetti, il corpo, la conoscenza o le cose materiali siano intrinsecamente cattivi, ma perché nessuno di essi può diventare il principio assoluto attorno al quale organizzare tutta la nostra esistenza. Guardare il cielo significa allora cambiare prospettiva. Non fuggire dal mondo, ma imparare a vederlo per quello che è: un insieme di beni reali, preziosi e limitati, che meritano di essere amati senza essere trasformati in idoli. La difficoltà sta proprio qui. È facile disprezzare ciò che non possiamo ottenere; è molto più difficile ridimensionare ciò che amiamo, soprattutto quando ci sembra indispensabile alla nostra felicità.La conversione: quando l’uomo smette di fuggire da sé stesso
La conversione di Agostino non fu semplicemente il passaggio da una vita disordinata a una vita ordinata. Fu una trasformazione dello sguardo. Per molto tempo aveva cercato la verità fuori e dentro di sé, attraversando diverse dottrine e differenti modi di intendere il mondo. La sua intelligenza non gli mancava; gli mancava, piuttosto, quella pace che nessuna conquista intellettuale riusciva a garantirgli. Nelle Confessioni racconta il dramma di una volontà divisa: vedere il bene senza riuscire ancora ad aderirvi pienamente, desiderare di cambiare e, nello stesso tempo, rimanere legato alle abitudini che impediscono il cambiamento. È un’esperienza profondamente umana. Quante volte sappiamo che cosa dovremmo fare, eppure continuiamo a rimandare? Quante volte riconosciamo una verità senza avere la forza di viverla? Quante volte restiamo aggrappati a ciò che ci rende infelici, semplicemente perché è ciò che conosciamo? La ragione può illuminare la strada, ma non sempre riesce, da sola, a farci percorrere il cammino. La conversione, in Agostino, non è dunque una semplice conclusione teorica. Coinvolge la persona intera: intelligenza, volontà, desiderio, memoria, affetti. Non basta riconoscere la verità; occorre imparare ad amarla abbastanza da lasciarle trasformare la propria vita. Ecco perché la sua vicenda continua a parlarci. Non perché ci prometta che cambiare sia facile, ma perché ci ricorda che la nostra condizione presente non è necessariamente il nostro destino. Possiamo essere contraddittori senza essere condannati alla contraddizione. Possiamo aver sbagliato senza identificare per sempre noi stessi con i nostri errori. Possiamo riconoscere la nostra debolezza senza farne una giustificazione per non tentare più nulla. La fragilità non è ancora una virtù. Ma può diventare il luogo dal quale comincia la ricerca della verità.Non basta sapere dove si trova il cielo
Forse è questo che mi lega maggiormente ad Agostino: la consapevolezza che l’uomo non è mai soltanto ciò che appare, né coincide definitivamente con le scelte che ha compiuto. Dentro di noi convivono desideri che si contraddicono, ragioni che non riescono a governare le passioni, aspirazioni elevate e attaccamenti meschini. Siamo capaci di comprendere ciò che conta e, nello stesso tempo, di perderci in ciò che conta poco. Possiamo parlare di verità e vivere nella menzogna, predicare la misura e lasciarci dominare dagli eccessi, invocare la libertà e diventare prigionieri delle nostre abitudini. La nostra contraddizione non è un incidente marginale: è una delle esperienze attraverso cui impariamo a conoscere noi stessi. Ma riconoscersi contraddittori non significa celebrare ogni incoerenza, come se la consapevolezza fosse già una forma di assoluzione. Significa assumersi la responsabilità della distanza tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Agostino non ci offre la consolazione facile di una perfezione raggiunta una volta per tutte. Ci mostra, piuttosto, la fatica di un uomo che ha dovuto imparare a orientare diversamente il proprio desiderio. Perché non basta sapere dove si trova il cielo. Bisogna trovare il coraggio di sollevare lo sguardo, anche quando tutto ciò che ci circonda sembra suggerirci che non esista altro se non la terra sotto i nostri piedi. E bisogna farlo senza dimenticare che siamo fatti di terra, che abbiamo bisogno delle cose, che siamo vulnerabili alle tentazioni e che nessuna conquista ci rende definitivamente immuni dalla possibilità di smarrirci. Forse la maturità spirituale consiste anche in questo: imparare a vivere nel mondo senza lasciarsi esaurire dal mondo, amare le cose senza esserne posseduti, riconoscere il proprio limite senza rinunciare alla possibilità di superarlo.Il mio 28 agosto
Ogni anno, il 28 agosto, la ricorrenza di Sant’Agostino mi ricorda che la vita non è soltanto una successione di giorni, di obiettivi raggiunti e di problemi da risolvere. È anche una domanda che ci accompagna: verso che cosa stiamo orientando la nostra esistenza? Non penso che la risposta debba essere necessariamente facile, né che si possa pretendere di averla trovata una volta per tutte. Ci sono domande che ci aiutano proprio perché non smettono di interrogarci. Agostino ha attraversato il desiderio, l’errore, l’ambizione, il dubbio e l’inquietudine. Non ha trovato la verità perché fosse estraneo alle debolezze umane, ma perché non si è rassegnato a considerarle l’ultima parola sulla propria vita. È questo il significato più profondo che attribuisco alla sua figura: la possibilità di una trasformazione che non cancella il passato, ma lo attraversa; che non nega la fragilità, ma la riconosce; che non disprezza il mondo, ma cerca di comprenderne il posto dentro un orizzonte più grande. Sono nato nel giorno della sua festa e, forse anche per questo, sento la sua vicenda come una sorta di richiamo personale. Non quello di chi pretende di essere già arrivato, ma di chi sa quanto sia facile smarrirsi tra le cose che chiedono continuamente di essere desiderate, possedute e difese. Perché il cielo è sempre là, sopra di noi. Eppure, nonostante sia così vicino agli occhi, a volte sembra lontanissimo. Il difficile non è sapere che esiste. Il difficile è ricordarsene quando la terra ci trattiene, quando le passioni ci distraggono, quando le nostre piccole urgenze assumono le dimensioni dell’assoluto. E allora mi piace pensare che Sant’Agostino, con tutta la sua umanissima inquietudine, continui a ricordarci proprio questo: che non siamo definiti soltanto da dove siamo caduti, ma anche dalla direzione verso cui scegliamo di rialzarci. FORSE DIVENTARE SANTI NON SIGNIFICA NON ESSERE MAI STATI PECCATORI. SIGNIFICA NON SMETTERE DI CERCARE, ANCHE DOPO ESSERSI PERDUTI, LA STRADA CHE CONDUCE PIÙ IN ALTO. E continuare, nonostante tutto, a guardare il cielo.2 risposte a “Sant’Agostino, il peccatore che imparò a guardare il cielo”
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Muy Bello! Nino querido!!
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Ciao Pedro, un abbraccio
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