Esalfa si apre con due citazioni che sembrano parlare lingue diverse. Una appartiene a un giovane umanista del Quattrocento, l’altra a Freud. Una esalta l’uomo, l’altra lo smaschera. Il romanzo vive nello spazio che le separa, e questo articolo prova a descriverlo.
Chi era Pico
Giovanni Pico della Mirandola nacque nel 1463 e morì a trentuno anni, nel 1494. Aveva studiato a Bologna, a Padova, a Parigi, e imparato il greco, l’ebraico, l’arabo. Nel 1486 pubblicò le Conclusiones, novecento tesi che voleva discutere pubblicamente a Roma con i dotti d’Europa. Il progetto era audace: mostrare che Platone e Aristotele, la teologia cristiana, la tradizione ebraica e le filosofie antiche non si contraddicevano, ma convergevano.
Il dibattito non ebbe luogo. Una commissione papale giudicò sospette alcune tesi e nel 1487 Innocenzo VIII ne condannò tredici. Pico dovette fuggire in Francia, fu arrestato e poté infine rifugiarsi a Firenze sotto la protezione di Lorenzo de’ Medici. Il discorso che avrebbe dovuto aprire la disputa, l’Orazione sulla dignità dell’uomo, fu pubblicato solo dopo la sua morte.
La libertà come compito
Il passo che il romanzo cita è il cuore dell’Orazione. Dio, rivolgendosi ad Adamo, dice che non gli ha dato né un posto né una natura fissa: l’uomo, «arbitrario plasmatore di sé stesso», potrà degenerare verso le forme inferiori oppure rigenerarsi in quelle divine. Per la prima volta nella cultura europea la dignità dell’uomo non dipende da ciò che è, ma da ciò che può diventare.
È una frase che ha attraversato i secoli e che oggi ci sembra quasi ovvia. In realtà contiene un rischio, e Pico lo sapeva: se tutto dipende da me, posso anche sbagliare tutto.
Pico e la cabala
C’è un secondo motivo per cui Pico compare in Esalfa. Fu tra i primi cristiani a studiare la cabala ebraica nei testi originali e a ritenere che potesse condurre a una verità condivisibile. Il Sigillo di Salomone, i due triangoli che danno il nome al romanzo, vive in quella stessa zona di confine fra tradizioni religiose. Nella Castiglia del 1547, dove l’Inquisizione sorvegliava chiunque sfiorasse l’ebraismo, un simile ponte era un terreno minato.
Freud e l’immortalità inconscia
Nel 1915, mentre la guerra devastava l’Europa, Freud scrisse che nessuno, in fondo, crede alla propria morte: nell’inconscio ciascuno di noi è convinto di essere immortale. La morte propria è inimmaginabile, quella degli altri è un fatto.
Accostata a Pico, questa idea cambia il significato della libertà. Se posso plasmarmi come voglio e, in fondo, non credo di dover morire, che cosa mi impedisce di sentirmi onnipotente?
| Autore | Che cosa afferma |
| Pico (1486) | L’uomo è libero di plasmarsi: la sua dignità è un compito |
| Freud (1915) | L’uomo non riesce a credere davvero al proprio limite: la sua immortalità è un’illusione |
| Insieme | La libertà è grandezza e pericolo: senza misura diventa delirio d’onnipotenza |
Il limite nella carne
Il protagonista del romanzo è un medico. Chi esercita questo mestiere conosce il limite meglio di chiunque altro: ogni giorno vede il corpo cedere, la febbre vincere, la ferita non rimarginarsi. Antonio Heredia crede nella ragione e nell’osservazione, ma sa che il suo sapere ha una frontiera. Il romanzo gli mette accanto personaggi che quella frontiera la ignorano, o la attraversano convinti di averne il diritto, e lascia al lettore il compito di giudicare.
Non dirò di più per non togliere nulla a chi vorrà leggerlo. Posso dire che la domanda di Pico, «che cosa farai di te?», attraversa tutto il libro, e che la risposta migliore non è quella del più forte, ma quella di chi accetta una misura.
Conclusione
Il pensiero rinascimentale ci ha lasciato un’idea splendida e pericolosa: l’uomo non ha una natura data, deve scegliersela. Il romanzo ci ricorda che ogni scelta ha un confine, e che chi lo dimentica rischia di trasformare la dignità in tracotanza. Nell’ultimo articolo della serie metterò a confronto questo tema con quello di Tutto in una notte, un racconto molto diverso ma non meno interessato al limite.
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