Nel noir c’è sempre qualcuno che promette e qualcuno che si lascia convincere. La femme fatale è la donna che promette, e il detective è l’uomo che crede di essere più furbo di lei. In Tutto in una notte la figura compare in un modo particolare: la conosciamo attraverso lo sguardo di Nick, e questo ci dice più su di lui che su di lei.
Una figura antica
La donna che seduce e conduce alla rovina è un archetipo molto più vecchio del cinema. Lo troviamo nella Bibbia, con Dalila e Salomè, nella mitologia, con le sirene, nella letteratura medievale e romantica. Il noir lo trasforma, negli anni Trenta e Quaranta, in un personaggio urbano: una donna elegante, bella e intelligente, che sa cosa vuole e usa lo sguardo maschile come uno strumento.
Gli esempi classici sono noti. Brigid O’Shaughnessy nel Falcone maltese di Hammett, che mente al detective con una naturalezza disarmante. Cora in Il postino suona sempre due volte di James M. Cain. Phyllis Dietrichson in La fiamma del peccato, il film di Billy Wilder del 1944 tratto da un romanzo di Cain, in cui una donna convince un uomo qualsiasi a commettere un delitto perfetto.
Due modi di leggerla
La critica ha interpretato la femme fatale in due modi opposti. Per alcuni è una proiezione dell’ansia maschile, una donna che incarna ciò che gli uomini temono: l’indipendenza, il desiderio, la libertà sessuale. Per altri è l’unico personaggio femminile del noir che abbia davvero un’iniziativa, e che per questo il genere punisce.
Tutte e due le letture funzionano, e il racconto le tiene insieme grazie alla voce del narratore.
Margit vista da Nick
Nick ci presenta Margit Lakatos prima di vederla: è la moglie scomparsa del suo cliente, una ragazza ungherese che lavorava come hostess nell’albergo di un congresso a Milano. Ce la descrive con la volgarità che lo caratterizza: una donna le cui forme non si lasciano nascondere dagli abiti, una «bambola dell’Est». Ogni parola dice più di chi parla che di ciò che descrive. Nick guarda Margit con il desiderio e il disprezzo di un uomo che si sente a sua volta sminuito, e ne fa un oggetto da contemplare.
Questo, in un noir, è già una trappola. La femme fatale funziona perché chi la osserva si convince di vederla per intero. Più Nick la riduce a un corpo, meno è in grado di leggere ciò che c’è dietro.
Il gioco degli opposti
| Elemento | Nick | Margit |
| Come ci viene presentato | Dalla sua stessa voce | Dalla voce di altri, prima di tutto di Nick |
| Rapporto con il corpo | Insicurezza e vergogna | Presenza prepotente |
| Rapporto con il potere | Cerca di recuperarlo | Lo esercita |
| Risorsa principale | L’ironia | La seduzione |
Il contrasto è voluto. In un noir tradizionale il detective ha un corpo che regge e una donna che lo mette alla prova; qui il detective ha un corpo che lo tradisce e una donna che lo costringe a fare i conti con questa debolezza. Il confronto si sposta dal piano della trama a quello del carattere.
Una donna, molte donne
Nel racconto non c’è soltanto Margit. C’è Paula, la compagna svizzera di Nick, tranquilla e paziente, che gli dice che certe cose capitano a qualsiasi uomo. Paula è l’opposto della femme fatale: non seduce per ottenere qualcosa, non mente, non chiede nulla. Eppure è lei, in fondo, a vedere Nick più chiaramente di tutti.
Il racconto, mettendo a fianco le due figure, suggerisce che il vero pericolo per Nick non sia la donna fatale, ma la sua stessa incapacità di vedere le donne come persone.
Senza rivelare troppo
Come ogni femme fatale che si rispetti, Margit non è quella che sembra, e la notte di Nick lo dimostra. Non dirò come. Dirò soltanto che il racconto non si limita a ripetere lo schema: ne prende i tratti e li usa per mostrare quanto il narratore sia cieco, e quanto la figura della «donna pericolosa» sia anche una comoda scusa per chi deve rendere conto di un fallimento.
Conclusione
Nel prossimo articolo affronto il tema più delicato e, per certi versi, più umano del racconto: la virilità di Nick, il suo corpo e la sua vergogna.
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